Rapimento di Emanuela Orlandi: non c'entra il Vaticano fu un complotto dalla Stasi

Signor Direttore,

la barbarie mediatica che ancora una volta si è riversata sulla dolorosa vicenda di Emanuela Orlandi, mi induce a richiamare dagli atti processuali (cosiddetta II e III inchiesta sull’attentato al Papa) l’esistenza di rilevanti dati fattuali e documentali che, pur potendo dare un significativo se non un decisivo contributo alla ricerca della verità, non sono stati oggetto della generale attenzione, neppure da parte di chi istituzionalmente era chiamato ad approfondire tali acquisizioni che attenevano (e attengono) alla scomparsa sia della stessa Emanuela Orlandi sia di Mirella Gregori.

I due rapimenti

La data della scomparsa delle due giovani quindicenni è del 7.5.1983 (Mirella) e del 22.6.1983 (Emanuela): ciò avviene nel pieno dell’attività da me condotta quale giudice istruttore nel procedimento per l’attentato al Papa, allorché lo sviluppo delle indagini, aveva, tra l’altro, portato all’arresto in data 25.11.1982 del cittadino bulgaro Serguei Antonov, quale complice del turco Mehmet Agca nel crimine di piazza San Pietro. La documentazione processualmente acquisita attesta che sin dall’agosto 1982 le autorità governative bulgare avevano richiesto alla Stasi, la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est (Ddr), una collaborazione finalizzata ad allontanare i sospetti di responsabilità dello Stato bulgaro nell’attentato al Papa. In tal senso deponevano le dichiarazioni dell’ufficiale della stessa Stasi, Gunther Bonhnsack.

L’asse Sofia-Berlino Est

Come si è accennato il 25.11.1982 avveniva l’arresto del bulgaro Antonov, talché le massime autorità bulgare e tedesco-orientali intensificavano il loro rapporto di collaborazione al fine di contrastare con ogni mezzo il coinvolgimento della Bulgaria nell’attentato contro il Papa. Di particolare rilievo e di fondamentale importanza un documento acquisito agli atti del 9.2.1983 a firma del ministro degli Interni bulgaro Dimitar Stojanov diretto al direttore della Stasi, Erich Mielke (corrispondenze, quindi, ai massimi livelli): nel contesto di tale atto veniva prospettato un programma da attuare e tra questi uno di estremo rilievo che viene così enunciato: «Realizzazione di misure che distolgano l’attenzione del nemico dal caso Antonov». Nel frattempo procede l’inchiesta turco-bulgara, pervenendo al momento più cruciale con il rigetto in data 28.4.1983 e 13.5.1983 delle richieste di rimessa in libertà del nominato Antonov e ciò a seguito di precedenti analoghe istanze tutte aventi lo stesso esito.

Proprio in tale contesto temporale si verificavano, come si è detto, il 7.5.1983 la scomparsa di Mirella Gregori e il 22.6.1983 quella di Emanuela Orlandi.

I depistaggi

Un’attenta interpretazione di tali eventi, anche alla stregua di quanto successivamente si verificherà, induce a ritenere che con essi si intendeva realizzare lo stesso fine, come da preciso accordo tra le autorità bulgare e della Stasi: creare e promuovere false piste investigative che distraessero dal caso Antonov. Per la Stasi è un problema di facile soluzione trattandosi di un’istituzione tentacolare che disponeva di oltre centomila agenti, radicata in ogni angolo della vita pubblica e privata operante, all’occorrenza, ben oltre i confini territoriali della Ddr.

È noto come dal 25.6.1983 entrano in scena a mezzo telefono chiamando casa Orlandi due personaggi in ordine di tempo, il primo autoqualificatosi Pierluigi e tre giorni dopo il secondo qualificatosi Mario, che, con un conversare apparentemente bonario, ma, realisticamente, con spietato cinismo, danno del vissuto di Emanuela tali e tanti particolari di realtà, da convincere i familiari che la ragazza è effettivamente nella loro disponibilità.

Appare agevole il convincimento come detti personaggi, così come i successivi e i gruppi e sigle con varie denominazioni inseritisi in apparente autonomia, in realtà facciano parte di un casting operativo addestrato al fine di porre in essere un’articolata operazione di depistaggio, che avviene con estrema abilità riuscendo gli operanti a sottrarsi sempre alle ricerche degli inquirenti e a controllare loro stessi gli interventi degli organi di polizia dello Stato.

L’insistito leit motiv di chi muove le fila di questo spettacolo di burattini è quello di indurre con qualsiasi mezzo comunicativo che il destino sia di Emanuela che di Mirella (come per quest’ultima vedremo tra breve) siano in stretta dipendenza con la remissione in libertà di Agca. Va sottolineato che, secondo la ingegnosa tattica della Stasi, nessun riferimento viene richiamato sia al motivo della detenzione del turco (l’aver attentato alla vita del Papa) sia dal fare qualsiasi accenno allo stato di detenzione del bulgaro Antonov la cui esistenza sembra del tutto ignorata.

Mirella e Emanuela, stessa matrice

La scomparsa di Mirella Gregori, sulla base delle risultanze processualmente acquisite, appare chiaramente espressione della stessa matrice. Così l’8.9.1983 perviene alla madre di Mirella, Maria Vittoria Arzenton, una lettera manoscritta contenente la richiesta di un pubblico intervento del Presidente della Repubblica Pertini, mentre il 12.11 successivo una persona dal probabile e ricorrente accento straniero, chiamando l’utenza telefonica del bar gestito dai Gregori in via Volturno, nel rivolgersi a Maria Antonietta Gregori (sorella di Mirella), si qualifica come appartenente allo stesso gruppo di Emanuela Orlandi. Il 24.9 segue sulla stessa utenza una seconda telefonata del medesimo anonimo che parla con Filippo Mercurio (fidanzato di Maria Antonietta Gregori) a cui dice di prendere nota di alcuni capi di abbigliamento concernenti la giovane rapita che vengono dettagliatamente indicati e di sottoporli in visione alla madre di Mirella, che, da parte sua, conferma trattarsi proprio degli stessi capi di abbigliamento che Mirella indossava il giorno del suo rapimento. Particolare rilievo merita poi la lettera manoscritta pervenuta il 27.10.1983 a Richard Roth, corrispondente a Roma della rete televisiva statunitense Cbs, con cui si dava la motivazione dei due rapimenti: quello di Mirella in quanto «appartenente all’istituto professionale ispirato cattolicamente all’Opera di Padre Reginaldo Giuliani», mentre il successivo di Emanuela viene definito come «una cospicua scelta di un elemento avente direttamente cittadinanza dello Stato del Vaticano».

È così certo che a partire dai primi giorni di settembre 1983, così come avvenuto per il caso Orlandi, anche per il caso Gregori chi dirige la scena del crimine (è e non può non essere lo stesso burattinaio) prende in mano le regole del gioco, divenendone assoluto dominatore, così da sfidare provocatoriamente, in più occasioni, gli organi inquirenti.

Elementi tutti che depongono, ripetesi, per l’unicità della matrice dei due rapimenti, non ultimo il rilievo che ad oltre 30 anni dalla scomparsa di Mirella e di Emanuela nulla è mai emerso che le due giovani abbiano trascorso un tragitto della loro vita diverso da quello più volte descritto e rivendicato dai rapitori.

In definitiva l’obiettivo da raggiungere (e raggiunto) sulla base dell’accordo bulgaro tedesco-orientale era quello di indurre il convincimento che l’attentato di piazza San Pietro avesse una sola matrice quella turca, risalente all’organizzazione estremistica dei "Lupi Grigi" di cui lo stesso Agca era un esponente e che la credibilità di tali ipotesi valesse a cancellare, o quantomeno, a indebolire quella di matrice bulgara.

Altro interesse da parte degli stessi servizi bulgari e della Ddr era quello di riporre la massima attenzione su chi aveva nelle mani la chiave di volta che portasse all’esito sperato. Questi non poteva non essere se non lo stesso attentatore del Papa Alì Agca, di cui, nel gestire le vicende dei due rapimenti, hanno, persistentemente richiesto la liberazione. Tali aspettative non verranno deluse con la totale ritrattazione dello stesso Agca delle chiamate in correità sia dei complici turchi che bulgari.

Il documento top-secret in lingua russa

All’esito del giudizio, il 29.6.1986 tutti gli imputati, compreso Antonov, verranno assolti per insufficienza di prove e rimessi in libertà. Tale tipo di decisione costituisce un giusto motivo di esultanza per gli imputati che, seppure con formula dubitativa, si vedono scagionati dalla pesantissima accusa, ma lo è in particolare per l’asse Sofia-Berlino, per cui da parte dei due massimi esponenti si esprime una sorta di tripudio. Ciò è attestato da un documento classificato segretissimo in lingua russa diretto ancora una volta alla personale attenzione del capo della Stasi, Erich Mielke, a firma del ministro bulgaro Stojanov in cui si rileva il ringraziamento a seguito «dell’aiuto e dell’appoggio accordatoci per sventare la campagna anti-bulgara e anti-socialista in relazione all’attentato al Papa Giovanni Paolo II».

Il testo è il seguente: «Nel corso di oltre quattro anni, gli organi di informazione del ministero per la sicurezza della Ddr e del ministero degli interni della Repubblica Popolare Bulgara hanno preso dei provvedimenti in stretta collaborazione e coordinazione con gli organi dei Paesi nostri fratelli per smascherare i promotori e gli esecutori dell’attentato e della relativa campagna diffamatoria contro la Repubblica Popolare Bulgara e la comunità socialista».

Osservo che tale documento è da ritenere, pur nella sua laconicità, di straordinaria rilevanza e importanza perché:

viene qualificato «segretissimo», termine che secondo la comune accezione vuol dire che non deve essere rivelato a nessuno, tranne eventuali specialissime eccezioni;

ne consegue che tale requisito di massima segretezza concerne, evidentemente, i provvedimenti presi di comune accordo tra la Stasi, il Governo bulgaro e con la collaborazione dei Paesi fratelli;

ad onta dell’assoluta riservatezza, detti provvedimenti, all’atto della loro esecuzione, non potevano non ricadere sotto gli occhi di tutti; e poiché non ne esistono altri, non possono non rapportarsi ai rapimenti e ai sacrifici delle giovani vite di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi, eventi utilizzati come più volte si è rilevato, quale strumento di distrazione di massa dal caso Antonov, secondo quanto già concordato sin dal 9.2.1983;

il fatto che il documento non sia datato è privo di importanza, dal momento che viene richiamato l’arco temporale in cui detti provvedimenti sono stati eseguiti: nel corso di quattro anni è esattamente l’intervallo di tempo tra la data di arresto di Serguei Antonov (25.11.1982) e la data della sua assoluzione per insufficienza di prove (29.6.1986).

Scoop «falso e ridicolo»

Conclusivamente non può non riconoscersi che la «ingegnosa raffinatezza spionistica e criminale della Stasi» ha appieno realizzato lo scopo propostosi: distrazione di massa dal caso Antonov (l’ultimo "scoop", correttamente definito «falso e ridicolo» ne è un’ulteriore dimostrazione). Ciò che duole profondamente è che a tal fine (può ben chiamarsi ragion di Stato) siano state sacrificate due giovani vite.

Grato per l’ospitalità, La saluto distintamente.

Ilario Martella

Presidente aggiunto onorario della Corte di Cassazione

(www.avvenire.it)

 

Lo scoop di Fittipaldi: falso e ridicolo

«Falso e ridicolo, lo abbiamo già detto e ribadito in un comunicato il giorno in cui i due quotidiani hanno pubblicato questo presunto “documento”, non c’è niente da aggiungere. Siamo arrivati a un livello bassissimo di giornalismo dove il vero o il falso non sono più importanti: se il documento è falso, è falso, mi pare essenziale». Il documento “patacca” è quello pubblicato lunedì scorso da repubblica.it come anticipazione del nuovo libro Gli impostori del giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, lo stesso estratto riportato dall’edizione cartacea del Corriere della Sera.

«FALSO E RIDICOLO». «Falso e ridicolo fin dalla prima riga in cui si cita una “prefettura” dell’Apsa (Amministrazione patrimonio della santa sede, ndr), che non esiste», ribadisce a tempi.it Greg Burke, direttore della Sala Stampa della Santa Sede riferendosi a questa carta consegnata a Fittipaldi da una fonte in un bar del centro di Roma e titolata “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio 1968)”. Una sorta di nota-spese (quasi 500 milioni di lire, sprovvista di fatture o giustificativi) relativa agli anni 1983-1997 che vorrebbe attestare i costi della gestione del rapimento di Emanuela Orlandi, ripartiti in voci quali “allontanamento domiciliare” o “attività investigativa relativa al depistaggio”.

GLI ERRORI. Pur propendendo egli stesso per la farloccaggine dell’incartamento, Fittipaldi dichiara che si tratta di un «documento ben fatto, fosse un falso non ho mai visto un falso di questo tipo», «se è un falso è un falso di un interno che conosce bene questa vicenda». Ma che evidentemente non conosce l’”ecclesialese”: come ha spiegato il vaticanista Andrea Tornielli su Vatican Insider, si tratta di «un documento su carta semplice, senza intestazioni ufficiali, né timbri né firme manoscritte», a redigerlo sarebbe stato il cardinal Lorenzo Antonetti, presidente Apsa, indirizzandolo a «Sua Riverita Eccellenza» (anziché «Sua Eccellenza Reverendissima») i cardinali Giovanni Battista Re, allora Sostituto della Segreteria di Stato, e Jean Luis Tauran, peccato che il nome dell’allora “ministro degli Esteri” vaticano sia Louis. Il veterano della diplomazia curiale e già nunzio a Parigi «avrebbe dimenticato il francese?», chiede Tornielli, aggiungendo: «Per quale motivo nel 1998, con un’inchiesta della magistratura romana ancora in corso, i vertici della Santa Sede coinvolti (in questo caso la Segreteria di Stato) avrebbe chiesto all’Apsa un rendiconto completo delle spese dell’operazione, con fatture e pezze d’appoggio senza nomi in codice, aumentando così il numero delle persone informate sui fatti e le possibili fughe di notizie?». E ancora, «per quale motivo la Segreteria di Stato avrebbe gestito un’operazione del genere usando l’Apsa come ente pagatore, e non utilizzando invece i fondi riservati (Fondo Paolo VI) a sua disposizione per le emergenze?».

VATILEAKS 3? Resta il fatto, ed è la tesi di Fittipaldi, che il “documento” merita delle risposte in quanto proviene dall’archivio di monsignor Lucio Vallejo Balda, già segretario della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede e imputato di Vatileaks 2, processo seguito alla pubblicazione di due libri contenenti le carte top secret della commissione Cosea di cui era segretario: Via Crucis di Gianluigi Nuzzi, e Avarizia, appunto, di Fittipaldi, imputati nello stesso processo. «Il Vaticano ha fatto un passo avanti: se il giornalismo viene fatto rispettando tutte le regole deontologiche e ovviamente le notizie sono vere questo non può che essere l’esito», «è un giorno importante per tutta la comunità dei giornalisti», aveva commentato Fittipaldi il giorno del loro proscioglimento. Lo stesso Fittipaldi che intervistato da askanews sul documento ammonisce: «Vero o falso che sia secondo me dà inizio a una nuova stagione di fughe di documenti riservati, è un Vatileaks 3».

«Ma chi lo dice? – commenta Burke a tempi.it –. Anche questa è una novità del giornalismo, dove il falso assume importanza e ha pure una presunzione di verità». Della verità sul mistero mai chiarito di Emanuela Orlandi per ora non resta quindi che un presunto documento, un giornalismo a caccia di verità accreditate su carteggi plausibilmente falsi e depistanti, e il riacuirsi del dolore immenso della famiglia Orlandi, alla quale, afferma Burke citando il comunicato della Santa Sede, «la Segreteria di Stato ribadisce la sua partecipe solidarietà».

(www.tempi.it)