Ripresa delle liturgie con prudenza e speranza: Nota dei Vescovi dell'Emilia-Romagna

La Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna si è riunita il 20 maggio in assemblea in videoconferenza e durante i lavori presieduti dal card. Matteo Zuppi, presidente della Ceer e arcivescovo di Bologna, vi è stata una riflessione sulla ripresa delle celebrazioni liturgiche assembleari delle comunità, nei limiti previsti, a seguito del protocollo firmato il 7 maggio scorso dal Ministero dell’Interno e dalla Cei.

Al termine della riunione i Vescovi hanno concordato la Nota di cui pubblichiamo il testo

 

Cari amici, ora le nostre comunità possono riprendere le celebrazioni liturgiche assembleari, nei limiti del Protocollo firmato il 7 maggio scorso dal Ministero dell’Interno e dalla Conferenza Episcopale Italiana. È un passaggio delicato ed atteso, nel quale facciamo nostri i sentimenti delle donne tornate dal sepolcro la mattina di Pasqua: “timore e gioia grande” (Mt 28,8). “Timore”, perché viviamo ancora nell’incertezza circa l’evoluzione della pandemia, della quale non si esclude un’ulteriore diffusione: di qui la prudenza, continuamente raccomandata dalle autorità civili, dal Papa, dai vescovi. Ma anche “gioia grande”, perché possiamo cominciare ad incontrarci, a recuperare l’integralità dell’esperienza ecclesiale: di qui la speranza, alimentata per noi cristiani non tanto dalle proiezioni e dalle statistiche, quanto dalla parola di Dio e dalla fede.

1. Sostiamo per un momento sulla prudenza, che si intreccia con le altre virtù cardinali: giustizia, fortezza, temperanza. La tempesta che abbiamo vissuto in questi tre mesi, nella quale alcuni Paesi tuttora si trovano, è stata così violenta che ha lasciato e lascerà ferite profonde nel mondo. Centinaia di migliaia di morti legate al coronavirus e milioni di persone ammalate significano una schiera di famiglie in crisi, in lutto, in ansia; e i riflessi economici e sociali della crisi sanitaria sono appena iniziati. Nessuno può sapere dove porterà questa situazione, per quanto alcune avvisaglie siano già chiare. È una condizione che richiede estrema prudenza, prima di tutto per una ragione di giustizia: non possiamo mettere a rischio la vita e la salute dei fratelli, specialmente quelli più fragili ed esposti; il principio di precauzione è una esigenza del principio di responsabilità. Per noi cristiani c’è inoltre una ragione di carità: il rispetto per l’altro, anzi la custodia dell’altro, è una traduzione pratica del comandamento dell’amore. Ed è proprio la celebrazione eucaristica, la condivisione del pane spezzato, a nutrire la solidarietà. Il corpo eucaristico del Signore rafforza l’unità del suo corpo ecclesiale; il culto della Messa raccoglie e alimenta il “culto spirituale” della vita. Non avrebbe senso quindi partecipare alla mensa del Signore, qualora mettesse a rischio la salute dei fratelli. La prudenza si traduce in gradualità nella ripresa, osservanza scrupolosa delle disposizioni, attesa ulteriore nei casi di dubbio.

2. Ora è tuttavia possibile riunire insieme, nuovamente, il corpo eucaristico e il corpo ecclesiale, la mensa imbandita e l’assemblea, senza mettere a repentaglio la salute dei fratelli. È un bel segnale che ravviva la speranza. È stato doloroso del resto, in questi mesi, constatare la separazione tra eucaristia e comunità e tra ministri e popolo di Dio. Le celebrazioni trasmesse in video, pur permettendo a tutti i fedeli di rimanere “collegati” e di riconoscersi nelle rispettive comunità parrocchiali e diocesane, o di ascoltare papa Francesco, non potevano ovviamente sostituire l’eucaristia comunitaria. L’esperienza cristiana vive della parola, dei sacramenti, della fraternità missionaria, della preghiera: già a partire dalle prime comunità cristiane (cf. At 2,42-27) sono queste le dimensioni che la plasmano e sulle quali è nato quell’intreccio di relazioni che si chiama “Chiesa”. In queste settimane la parola di Dio è stata seminata in maniera abbondante, e generalmente apprezzata, attraverso sussidi, trasmissioni, incontri “da remoto”; la fraternità si è espressa nelle modalità più svariate, dall’attenzione ai propri familiari alla prossimità verso le persone fragili, povere e frastornate, nelle forme possibili; la missione è stata interpretata da tante persone in modo esemplare: pensiamo a tanti medici, infermieri e operatori sanitari, ma anche volontari, sacerdoti, insegnanti, lavoratori nelle attività più umili, professionisti e operatori della comunicazione; la preghiera ha trovato nelle case una sua ricollocazione, al punto che ha ripreso vigore l’esperienza della “Chiesa domestica”. La vita sacramentale, invece, è stata necessariamente ridotta. Da oggi riprende anch’essa, restituendo a poco a poco all’esperienza cristiana la sua completezza; ripresa che si accompagna alla riapertura graduale di quasi tutte le attività sociali.

3. Confidiamo che questa “fase due”, di cui non possiamo prevedere né la stabilizzazione né la durata, continui a raccogliere le migliori energie dei fedeli e dei pastori, evitando polemiche inutili e dannose e concentrandoci sulle cose essenziali. Ricordiamo l’auspicio di papa Francesco: questo è «il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è» (papa Francesco, 27 marzo 2020). E la carità è la realtà necessaria, suprema, essenziale e duratura (cf. 1 Cor 13,13), perché Dio stesso è carità (cf. 1 Gv 4,8.16).

Gli Arcivescovi e Vescovi dell’Emilia-Romagna