28/3/2021 omelia Domenica delle Palme

“Ha un doppio sapore, dolce e amaro: in essa celebriamo il Signore, che entra osannato in Gerusalemme e, nello stesso tempo, viene proclamato il racconto evangelico della sua Passione”. Papa Francesco

Quante volte passiamo anche noi dall’entusiasmo alla delusione.

Nelle relazioni a tutti i livelli. Nella chiesa. Nella politica. Fra amici. Dopo l’entusiasmo, la crisi. In alcune occasioni, la delusione è così forte che si arriva all’odio. Come nel caso di Gesù. Non ci dobbiamo meravigliare. Ma è sempre doloroso.

Capita anche nella fede, tanti in questi mesi sono passati dalla fede alla delusione. Si aspettavano altro da Dio…

E lo hanno simbolicamente ucciso. Abbandonato. Molti altri, invece, lo hanno ritrovato dopo il periodo più o meno lungo di smarrimento. Come è accaduto agli apostoli.

La settimana santa è il tempo delle scelte. Passare dalla morte alla vita.

Far rifiorire la fede. Pasqua, passaggio dalla morte alla vita, dal buio alla speranza.

Saper cogliere nella crisi, nella prova, nella sofferenza, la speranza. È quello che è capitato al centurione.

Il centurione ha parole decisive. È lui il primo che manifesta la professione di fede che poi sarà sulla bocca di tutti i credenti in Cristo.

Veramente costui è il Figlio di Dio!

Tra tutte le figure che si muovono attorno al racconto della Passione e morte di Gesù, colpisce quella del centurione. È un ufficiale che comanda 100 uomini. Di sicuro, non è la prima volta che assiste ad una condanna a morte. Chissà a quante crudeltà ha dovuto assistere, quante ne ha fatte subire. Ha visto scene terribili, presenziato ad agonie interminabili. Ha sentito insulti, bestemmie, minacce di vendetta di coloro che terminavano la propria vita inchiodati ad una croce.

Eppure il centurione pronuncia quella frase: Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!

Non un punto di domanda, ma un punto esclamativo.

Ad annunciare queste parole non è un ebreo credente ma uno straniero, chissà da dove veniva. E questa frase appare e risuona strana nelle sue labbra: Davvero costui era figlio di Dio.

Ad essere ancora più sconcertante, tuttavia, è il motivo di tanta convinzione. Che cosa gli ha fatto vedere in quel corpo martoriato e denudato qualcosa che avesse a che fare con la divinità? Cosa lo ha spinto a fare una dichiarazione del genere?

Marco lo dice chiaramente, nel suo racconto: “Vedendolo spirare in quel modo…”. Sì, a convincere il centurione non sono stati i segni della forza, ma proprio il suo contrario. Come gli altri, anche Gesù avrebbe potuto gridare la sua rabbia, il suo dolore, il suo disprezzo, la sua maledizione, il suo odio… e invece no. Gesù non lo fa. Anche in quella terribile circostanza, Gesù continua ad amare, continua a donare, ad offrire misericordia e perdono.

Ecco cosa colpisce il centurione. Non è una reazione umana, solo il Figlio di Dio poteva rispondere così a tanta cattiveria.

Ecco, quindi, che cosa lo porta ad andare oltre le apparenze e a cogliere ciò che è davvero divino: un Amore così grande che nulla può fermare, una misericordia così smisurata che continua anche quando l’ingiustizia devasta e umilia.

Per questo siamo venuti qui oggi, per ripetere anche noi la professione di fede del centurione e per riconoscere in Gesù, apparentemente sconfitto e annientato, il Figlio di Dio, che vince il male con l’amore.

Ci chiediamo: siamo disposti a seguirlo anche noi su questa strada?

Il centurione ha creduto in Gesù figlio di Dio sulla croce. Non al momento della risurrezione. Ma sulla croce.

Questo racconto ci porta davanti agli occhi il crocifisso che si trova in Duomo, posto sopra la porta della sacrestia. È un’opera del XII secolo. Il corpo di Gesù è appeso alla croce ma senza i segni realistici della crocifissione; il volto non è piegato ma eretto, solenne, tranquillo e maestoso; la barba, i baffi e i capelli sono ben ordinati, gli occhi sono aperti. Sul capo non vi è la corona di spine, ma una corona regale. Un drappo color porpora (il colore della regalità), punteggiato da piccoli gigli d'oro, gli circonda i fianchi. È un crocifisso risorto. È vivo e vittorioso, ma il suo trono è la croce.

In questi giorni, fratelli e sorelle, facciamo nostro l’atto di fede del pagano soldato romano. Siamo un po’ tutti, in questi giorni, in croce. Vediamo nel crocifisso non la vittoria della morte sulla vita, ma dell’amore sulla disperazione. Anche riflettendo sul messaggio di Dante, in questi giorni, abbiamo trovato la certezza che risorgere si può.

Siamo certi, ai crocifissi di oggi è rivolta la promessa della risurrezione.

Questa fede ci aiuterà a risorgere. Già ora, qui, in questi giorni.