16/10/2021 Omelia all'apertura diocesana dell'anno pastorale e del Sinodo

L’intervento di questa sera è una premessa alla proposta di lunedì 25 ottobre, quando concluderemo gli incontri di Coriano. Partendo dalle letture che abbiamo ascoltato, cogliamo tre parole, tre scenari che fanno da punto di partenza del nostro cammino pastorale.

Tre verbi, il primo è camminare

Siamo ritornati anche quest’anno con le croci che aprono il nostro cammino. Potremmo dire che non c’è niente di nuovo. Come gli altri anni, riceveremo una piantina come segno e dono, simbolo del nostro essere chiamati a custodire e a far crescere il seme del Regno di Dio. Abbiamo ricevuto il dono dell’annuncio del Regno, dobbiamo custodirlo e farlo crescere. Lo stesso creato è Parola di Dio da accogliere e custodire come atto d’amore di Dio e da consegnare ai fratelli e alle sorelle.

Ma quest’anno è anche un anno eccezionale, poiché coincidono in una unica celebrazione la bellezza di tre aperture: la prima, apriamo ufficialmente l’anno pastorale della chiesa di Forlì – Bertinoro; la seconda, apriamo in comunione con le chiese che sono in Italia, il cammino sinodale; la terza, apriamo in comunione con tutte le chiese che sono nel mondo, il sinodo universale dei vescovi sulla sinodalità.

Il Papa ha indetto un Sinodo universale che si è aperto da pochi giorni, il 9 e 10 ottobre, e che durerà fino a ottobre 2023, nella linea dei sinodi dopo il Vaticano II iniziati da papa Paolo VI.

E questa sua decisione ha messo in moto anche le chiese che sono in Italia ad iniziare un cammino sinodale. Che non è un Sinodo, ma ne assume la sostanza.

Nella prima fase, il Papa ha chiesto di cominciare con un anno di ascolto di tutto il popolo di Dio.

E questo primo periodo sarà anche per noi dunque un anno dedicato all’ascolto.

Non è un anno di sondaggi o di ricerca di opinioni su quello che ognuno pensa, ma un anno dedicato all’ascolto di ciò che lo Spirito dice alle chiese.

Concretamente questo avverrà promuovendo la formazione di gruppi sinodali, composti al massimo di una decina di persone o poco più e che si daranno questo unico scopo: ascoltare lo Spirito che parla alla sua chiesa.

Abbiamo tante domande, interrogativi, sfide che ci attendono e vorremmo rispondere con la guida dello Spirito Santo.

Don Erio ci ricordava che questo è stato il metodo che mons. Zarri volle per il nostro Sinodo forlivese che si tenne alla fine degli anni ’90.

Ci furono allora 1300 gruppi sinodali, con 17.000 partecipanti! Non partiamo quindi da zero, ma da un cammino di comunità che ha già dato i suoi frutti.

Nel frattempo il mondo, la chiesa, noi tutti siamo cambiati. Ma il metodo è buono, va magari migliorato e può diventare una buona occasione, per rinnovare quello che don Erio aveva fotografato come “la prima esperienza in cui sentimmo l’unità come Diocesi.”

Un buon metodo che il Papa, potremmo dire, ha deciso di proporre a tutta la Chiesa.

Quindi ci sarà un primo tempo di ascolto di tutto il popolo di Dio, a porte aperte, senza condizioni, può venire anche un non credente, anche un non battezzato.

Dal discorso di Papa Francesco:

Le parole-chiave del Sinodo sono tre: comunione, partecipazione, missione. Leggo il commento del Papa: Il Concilio Vaticano II ha chiarito che la comunione esprime la natura stessa della Chiesa e, allo stesso tempo, ha affermato che la Chiesa ha ricevuto «la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio» (Lumen gentium, 5). Due parole attraverso cui la Chiesa contempla e imita la vita della Santissima Trinità, mistero di comunione ad intra e sorgente di missione ad extra. Comunione e missione – «le linee maestre, enunciate dal Concilio».

La terza parola, è partecipazione. Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera.

C’è qualcuno che ha percorso questo cammino ancora prima di noi, ancora prima del Concilio. Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura.

Abbiamo letto negli atti degli apostoli l’episodio del centurione Cornelio e di Pietro.

San Pietro pensava a seguire Gesù, continuando il suo essere un buon fedele ebreo. L’incontro con il Centurione, l’irruzione dello Spirito santo, gli hanno cambiato la prospettiva.

In Cornelio vediamo la vita di tanti distanti dal vangelo che attendono una buona notizia. Che non sanno a chi affidare la loro ricerca di felicità. Sono impauriti, smarriti, in ricerca.

Cornelio era un uomo forte e realizzato. Ma vedendo Pietro si toglie la corazza e si getta ai suoi piedi. Lo Spirito della pentecoste ha fatto vedere a Pietro, in Cornelio, un uomo, un terreno su cui seminare la Parola.

Pietro, nella casa di Cornelio, fa una affermazione: Dio non fa preferenze di persona.

Fare preferenza significa smentire lo spirito della Pentecoste. Dopo quell’incontro, il vangelo verrà annunciato anche a uomini non circoncisi.

Ecco il senso che ci deve accompagnare quest’anno nel cammino sinodale, nella prima fase di ascolto in particolare.

Lo Spirito parla alla sua chiesa e al mondo intero. Lo Spirito agisce senza confini.

E ci può chiedere di fare cose nuove, di lasciare cose che abbiamo sempre fatto, ma soprattutto di lasciarci rinnovare.

Da qui il titolo di quest’anno: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap. 21,5)

Una Chiesa sinodale, annunciando il Vangelo, “cammina insieme”: come questo camminare insieme si realizza oggi nella nostra realtà?

-Quali esperienze, iniziative, attività pastorali, organismi di partecipazione ci hanno fatto sperimentare concretamente questo “camminare insieme”?

-Il nostro “camminare insieme” quali effetti positivi ha provocato? Quali difficoltà e ostacoli ha incontrato? Quali ferite ha fatto emergere? Quali intuizioni ha suscitato?

Nel pericolo e nella paura, umanamente tendiamo a chiuderci. Come i primi discepoli nel cenacolo e di fronte alle persecuzioni nelle loro case.

Lo Spirito, invece, spinge ad uscire. Non possiamo fermarci, non possiamo chiuderci, non possiamo alzare muri; l’unica via che ci propone il Vangelo è il camminare insieme, verso il mondo. Non possiamo rimanere aggrappati alle nostre sicurezze…

Secondo verbo: condividere

Se nella prima lettura e nell’episodio di Cornelio che sogna Pietro e ci parla di apertura al mondo, perché lo Spirito stesso si apre al mondo e non si ferma davanti a niente, nel vangelo dei due discepoli di Emmaus accade un fatto che è complementare. Apparentemente sembra il contrario dell’apertura, ma è il punto di arrivo e di partenza di ogni apertura.

I due discepoli di Emmaus riconoscono Gesù allo spezzare il pane nella loro casa.

Condividono una presenza. Rinasce la Chiesa nella casa di Emmaus, casa che si fa Chiesa. ecco allora la seconda parola condividere.

È il punto di svolta della prima comunità. Ed è il punto di ripartenza per ogni cristiano e per ogni comunità di tutti i tempi.

Camminiamo insieme con Gesù. Condividiamo la sua vita e la sua umanità.

Non c’è Chiesa senza eucaristia, non c’è Chiesa senza Cristo e senza i fratelli e le sorelle. È il momento dell’incontro intimo e personale con il Signore, è il luogo della comunione e della relazione.

L’apertura al mondo non può avvenire se non nasce dalla comunione e dal vangelo e dalla relazione. I discepoli vengono da fughe, tradimenti, tensioni, amarezze, delusioni. Solo Cristo, la sua parola e il suo pane, li rianima!

Il camminare insieme dei due discepoli verso Emmaus era una fuga, dispersione e smarrimento. La stessa comunione senza condivisione, senza la missione e il ritorno a Gerusalemme, diventa soffocamento e morte del senso della vita di un cristiano.

Emmaus punto di arrivo e di ripartenza! È la cena con Cristo risorto!

Rimane il decisivo impegno di tutta la comunità: valorizzare, rendere più attraente e significativa la messa.

È la nostra carta d’identità. Il luogo in cui dare appuntamento a coloro che ci chiedono ragione della nostra fede. Il luogo dove si deve poter dire: “È bello per noi essere qui”.

Ecco allora l’ultimo verbo: coinvolgere.

Lo Spirito ha coinvolto Pietro per mandarlo da Cornelio. Gesù ha coinvolto i due di Emmaus, li ha avvicinati, li ha rianimati, li ha riuniti e li ha … lasciati perché andassero a Gerusalemme.

Cari fedeli, vi lascio questa sera una sola parola. Una parola che ho lasciato agli amici della Caritas, agli insegnanti di religione: coinvolgere.

I due di Emmaus, dopo essere stati coinvolti da Gesù, hanno coinvolto, a loro volta, nella loro gioia, gli altri discepoli fino a Gerusalemme. Tanti dei nostri confratelli si sono allontanati, si sono raffreddati, si sono smarriti. Alcuni si sono anche incattiviti.

Andiamoli a cercare, contagiamoli con il nostro amore, lasciamoci contagiare dallo Spirito di Cristo, che si fatto compagno di viaggio e li ha rianimati.

Abbiamo pianto i tanti morti, in questi mesi, ma non ci siamo accorti che tanti hanno visto spegnersi la luce della speranza e della serenità.

Lunedì 25 daremo alcune indicazioni più concrete. Abbiamo bisogno di tutti. Vi lascio, questa sera questi tre verbi: camminare, condividere coinvolgere.